Milan Kundera

«La sola cosa» aggiunse «che mi rende un po’ scettico nei confronti della procreazione è la scelta irragionevole dei genitori. È incredibile che degli individui orrendi possano decidere di procreare. Sicuramente si illudono che il fardello della bruttezza diventi più leggero se lo si ripartisce con i discendenti».

Bertlef definì come razzismo estetico la posizione del dottor Spreta: «Non dimentichiamo che non solo Socrate era un mostro di bruttezza, ma anche molte illustri cortigiane non si distinguevano affatto per la perfezione fisica. Il razzismo estetico è quasi sempre una manifestazione di inesperienza. Chi non è riuscito a penetrare a fondo l’universo dei piaceri amorosi può giudicare le donne solo in base a ciò che vede. Ma chi le conosce veramente sa che l’occhio può rivelare solo un’insignificante frazione di tutto quello che una donna può offrirci. Quando il Signore invitò l’umanità ad amarsi e riprodursi, caro dottore, pensava ai brutti come ai belli. Del resto, sono convinto che il criterio estetico venga dal diavolo e non da Dio. Nel Paradiso terrestre nessuno distingueva tra bellezza e bruttezza».

Poi intervenne nella discussione Jakub. Disse che i motivi estetici non avevano nessuna parte nel suo rifiuto di procreare:  «Potrei citare altre dieci ragioni per cui non vorrei essere padre».

«Per prima cosa, non amo la maternità» disse Jakub, e si interruppe un attimo per riflettere. «L’èra moderna ha già smascherato tutti i miti. Già da tempo  l’infanzia non è più l’età dell’innocenza. Freud ha scoperto la sessualità del neonato e ci ha detto tutto su Edipo. Solo Giocasta resta ancora misteriosa, nessuno osa strapparle il velo. La maternità è l’ultimo e più grande tabù, e in esso si cela la più grande maledizione. Non c’è attaccamento più forte di quello di una madre verso il suo bambino. Questo attaccamento mutila per sempre l’anima del bambino e prepara per la madre, quando il figlio diventa grande, i più crudeli tormenti d’amore che esistano al mondo. Sostengo, insomma, che la maternità è una maledizione, e non voglio contribuire a perpetuarla».

«Continui» disse Bertlef.

«C’è un altro motivo per cui non voglio aumentare il numero delle madri» disse Jakub con un certo imbarazzo. «Amo il corpo femminile, e provo un certo disgusto all’idea che il seno della donna che amo diventi un contenitore di latte».

«Continui» disse Bertlef.

«Il nostro dottore, qui, ci confermerà certamente che medici e infermiere trattano le donne ricoverate per aborto molto peggio delle partorienti e manifestano nei loro confronti un certo disprezzo, sebbene loro stessi avranno certamente bisogno, almeno una volta nella vita, di un simile intervento. È più forte, in loro, di qualsiasi riflessione, giacché il culto della procreazione è un imperativo della natura. È per questo che è inutile cercare il minimo argomento razionale nella propaganda per l’incremento delle nascite. Credete che sia la voce di Gesù quella che risuona nella morale demografica della Chiesa, o che sia Marx a parlarvi nella campagna dei governi comunisti a favore della procreazione? Per questo stesso desiderio di perpetuare la specie, l’umanità finirà per soffocare sul suo piccolo pianeta. Ma la propaganda demografica va avanti per la sua strada, e il pubblico versa lacrime di commozione quando vede l’immagine di una madre che allatta o di un poppante che fa le smorfie. Questo mi disgusta. Quando penso che potrei, insieme a milioni di altri entusiasti, chinarmi su una carrozzina con uno stupido sorriso, mi vengono i brividi».

«Continui» disse Bertlef.

«Naturalmente devo anche chiedermi in quale mondo farei nascere mio figlio. La scuola non tarderebbe a portarmelo via per riempirgli la testa di quelle non-verità contro le quali io stesso ho lottato invano tutta la vita. Dovrei forse stare a guardare mio figlio che un po’ per volta mi diventa un cretino conformista? Oppure dovrei inculcargli le mie idee per stare a guardare come soffre, coinvolto nei miei stessi conflitti?».

«Continui» disse Bertlef.

«E poi, si capisce, devo pensare a me stesso. In questo paese i figli pagano per la disubbidienza dei genitori e i genitori per la disubbidienza dei figli. Quanti giovani si sono visti proibire gli studi perché i loro genitori erano caduti in disgrazia! E quanti genitori si sono rassegnati a essere per sempre dei vigliacchi pur di non nuocere ai figli! Qui da noi, chi vuole conservare un minimo di libertà non può avere figli» disse Jakub, e tacque.

«Le restano ancora cinque ragioni per completare il suo decalogo» disse Bertlef.

«L’ultima ragione è così grossa che vale per cinque» fece Jakub. «Avere un figlio significa esprimere un accordo assoluto con l’uomo. Se avessi un figlio sarebbe come se dicessi: Sono nato, ho provato la vita e l’ho trovata così buona che merita di essere ripetuta».

«E lei non l’ha trovata buona, la vita?».

Jakub, sforzandosi di essere preciso, disse con cautela: «So solo che non potrei mai dire con totale convinzione: L’uomo è un essere meraviglioso e voglio riprodurlo».


 

 

domenica, 15 giugno 2008 18:58  

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Louis Aragon

Dammi le tue mani perch'io venga salvato.
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Dammi le tue mani per l'inquietudine

Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso la vita
Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m'invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che o tradito col mio trasalire

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senz'occhi specchio senza immagine
Questo fremito d'amore che non dice parole

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
D'una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d'insaputo saputo.

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s'addormenti
Ché la mia anima vi s'addormenti per l'eternità.

 

 

lunedì, 14 aprile 2008 18:58  

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Nahabed Kuciag

E' diventato sangue
il tuo amore,
è entrato in tutte le mie vene.
La tua anima è entrata nella mia.
Ho preso il coltello,
ho cercato di dire vattene a quel sangue.
Ma come immergere nella carne il coltello
come dire all'anima va' via?


 

 

giovedì, 14 febbraio 2008 21:05  

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Alessandro Baricco

A Shatzy piacque particolarmente il dettaglio del fucile carico.
In definitiva - proseguì il prof. Bandini - quell'uomo e quel porch, insieme, costituiscono un'icona laica, eppure sacra, in cui si celebra il diritto dell'umano al possesso di un luogo suo proprio, sottratto all'indistinto essere semplicemente esistente.
Di più: quell'icona celebra la pretesa dell'umano a essere in grado di difendere quel luogo, con le armi di una metodica viltà (il basculare della sedia a dondolo) o di un attrezzato coraggio (il fucile carico). Tutta la condizione umana è riassunta in quell'immagine. Giacché esattamente questa appare la dislocazione destinale dell'uomo: essere di fronte al mondo, con le spalle a se stesso.
Era una cosa a cui il prof. Bandini credeva, al di là di qualsiasi necessità accademica - lui, semplicemente, credeva che le cose stessero esattamente così, lo credeva anche quando era in bagno.
Lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da se stessi) e che questo è l'unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi, dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall'ondata dell'Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente si affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l'invasione del mondo, salvando quanto meno l'idea di una propria casa, pur nella rassegnazione di sapere, quella casa, inabitabile. Abbiamo case, ma siamo verande, pensava. Guardava gli uomini e nelle loro commoventi menzogne sentiva lo scricchiolio della sedia a dondolo sulle assi impolverate del porch; ed erano, per lui, buffi fucili carichi le impennate di orgoglio e di penosa autoaffermazione in cui vedeva, negli altri e in se stesso, occultare il verdetto di un esilio perenne. Era una faccenda tristissima, a ben pensarci, ma anche commovente perché, alla fine, il prof. Bandini sapeva di provare affetto per sé e per tutti gli altri, e compassione per tutte le verande da cui si vedeva circondato…
… c'era qualcosa di infinitamente dignitoso in quell'indugiare eterno davanti alla soglia di casa, un passo prima di se stessi…
…le notti in cui si alza il vento feroce della verità, la mattina dopo sei costretto a riparare la tettoia delle tue menzogne, con pazienza inossidabile, ma per quando il mio amore tornerà sarà di nuovo tutto a posto, guarderemo il tramonto insieme bevendo acqua colorata…
…o…
quando qualcuno, sfinito, ti chiedeva di sederti davanti a lui e ti apriva la sua mente, tirando fuori tutto, davvero tutto, e perfino lì quello che capivi è che eravate seduti sulla veranda, ma in casa non ti aveva fatto entrare, in casa non ci entrava da anni, ormai, e questa era la paradossale ragione per cui era sfinito, lui, lì, davanti a te.

 

 

domenica, 03 febbraio 2008 16:00  

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Brian Eno

Here we are
Stuck by this river,
You and I
Underneath a sky that's ever falling down, down, down
Ever falling down.
Through the day
As if on an ocean
Waiting here,
Always failing to remember why we came, came, came:
I wonder why we came.
You talk to me
as if from a distance
And I reply
With impressions chosen from another time, time, time,
From another time.


 

 

venerdì, 01 febbraio 2008 18:59  

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Istruzioni per il disuso

Perché i carri funebri hanno i finestrini dietro?

 
Appunti:

-         al mio funerale niente carri con i finestrini

-         quelli che vogliono darmi l’ultimo saluto, se ne stiano a casa… Pretendo che chi viene al funerale poi abbia l’accortezza di venire sulla mia tomba per due chiacchiere almeno una volta al mese: Novembre escluso

-         niente messa, non andrò a sedere alla Sinistra del Padre, tanto meno alla Destra, non voglio che il prete si faccia di queste illusioni

-         durante i festeggiamenti per la mia prematura e infelice dipartita voglio che venga suonato il disco degli Iron “Dance od the death”, con particolare attenzione al brano “No more lies”

-         solo quando gli invitati stanno sciamando verso le loro auto il dj assoldato per l’evento potrà mettere su “wish you were here” dei Pink Floyd

-         chi curerà il mio look per l’evento non si sbizzarrisca troppo.. voglio un tubino nero aderente e scollacciato, i capelli rigorosamente sciolti sulle spalle e trucco scuro solo sugli occhi… niente fard, niente rossetto, merci!

-         se scoppiano tafferugli tra i miei amanti, che si chiuda il sarcofago e mi si  porti in un posto più tranquillo, non vorrei che qualcuno si accanisse sul cadavere, per una volta che sto ferma e composta

-         i dati per aggiornare i miei siti/blog sono su un quaderno che avrò la premura di far trovare a chi vorrà condividere con me l’entusiasmane idea di fingere “comunicazioni dal passato”, è così che si diventa ricchi e famosi e si finisce alla tivì

-         voglio essere seppellita a Staglieno, vicino a qualcuno di famoso… anzi no, poi ci si contende i fan! Seppellitemi in un posto un po’ isolato, ma mi raccomando la statua, sobria, severa e magnifica… come me *.*
Se poi viene particolarmente bene quest’opera d’arte funeraria e qualche gruppo metal sfigato vuole usarla per la copertina del demo, non chiedo i diritti ma pretendo che il primo concerto quando diventeranno famosi (grazie alla copertina del cd) venga fatto sulla mia tomba.

 

Per il momento è tutto… se ci sono aggiornamenti v’avviso. Se secco prima, avete già un bel da fare! °.°


 

 

giovedì, 31 gennaio 2008 18:34  

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Antonia Pozzi

Vele solari
con tuo piede scarno
tentavi dal pontile,
raccoglievi
chiare sillabe d'acqua
nella scia delle barche.
Poi un profilo d'alte pietre
franava in lago:
ridendo
offrivi alghe al mio nudo
corpo serale.

 

 

martedì, 29 gennaio 2008 20:55  

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Maria Pawlikowska

Le rose arrugginite dell'autunno
osservano lo spazio bianco della pioggia
la pioggia cuce il cielo alla terra
con mille brividi e punti.

E tutto si corrode, si deforma,
cola, gronda madido,
ma non per sempre, dalla disperazione
per poco, dalla lussuria.

 

 

lunedì, 28 gennaio 2008 19:20  

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Vivian Lamarque

Quest'operazione
che la costringete sempre a fare
"ridimensionare"
non è come stringere un vestito
non è indolore
si taglia la pelle del cuo
re.

 

 

domenica, 27 gennaio 2008 09:45  

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Iperattività del Vuoto

Non raggiungerò mai la luna
Nuotando nella placenta dei nostri ricordi;
Ed una scala emotiva sulla barca
Fa solo due buchi,
e proprio non servono.
Resto invischiata
In questo spettro di luce lunare
Come nel catrame
Un piccione del mare.

Nb©


 

 

giovedì, 24 gennaio 2008 18:24  

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